mushroom's blog

sabato, 29 marzo 2008

Intervista a Vanessa Sacco

1)      Domanda di rito: chi è Vanessa Sacco?

Sono un’attrice di teatro con un’altra grande passione oltre alla recitazione: la scrittura. A scuola raggiungevo sempre il massimo dei voti in italiano scritto, mi piacevano soprattutto i temi di fantasia e di critica, così come nei miei giochi infantili – in seguito nelle mie fantasie da bimba cresciuta – mi piaceva far finta d’essere chiunque altro tranne me (una rock star, una giornalista, una moglie ingannata, una manager senza scrupoli, una sovrana). All’università scelsi la facoltà di lingue, ma né l’insegnamento né la professione di traduttrice/interprete mi interessavano granché, così sfidai tutte le regole del buon senso e provai a vivere di sogni proprio come facevo ai tempi della scuola.

 

2)      Joelle / Joel. Due donne e un uomo con lo stesso nome, figli del medesimo padre. La trama del tuo libro ruota attorno a questi personaggi omonimi, le cui esistenze si intrecciano senza toccarsi in una lunga ricerca di sé stessi. Com’è nato questo tuo romanzo, come si è sviluppata la storia nella tua mente, prima che tu la mettessi per iscritto?

Joëlle è nata per caso: mi ero da poco trasferita a Roma per studiare recitazione, e nel tempo libero avevo preso a scrivere una storia, senza però avere in mente come svilupparla né tantomeno come concluderla: quello di cui  ero certa era che parlava di una donna, della prospettiva di un suo viaggio, quindi di un cambiamento. Più tardi, interrogandomi sul processo creativo che aveva guidato il mio romanzo, ho finito con l’addebitare quest’invenzione alla transizione che io stessa stavo vivendo in quei mesi di dieci anni fa; in più stavo leggendo L’Identità di Kundera, un libro di cui mi affascinava soprattutto l’atmosfera di silenzio. È con tutte queste sollecitazioni inconsce che ho cominciato ad appuntare, su un antico tavolo di marmo che completava l’arredamento quasi monacale del mio primo alloggio romano, i tratti di una rossa annoiata e impaziente, alla ricerca di pace e di verità.

  

3)      Terminato il romanzo, cosa ha sentito? C’è un personaggio che ti è rimasto impresso, che ha continuato a parlarti?

Il libro, o meglio l’incipit del Viaggio, rimase a dormire in un cassetto per molti anni: nel frattempo avevo cominciato a lavorare in degli spettacoli matinée per le scuole, avevo cambiato casa, avevo intrapreso delle traduzioni di testi teatrali dal francese all’italiano, e come una madre distratta avevo finito col trascurare la mia Joëlle. Il che, forse, non le ha nuociuto: ero una Vanessa diversa, sempre più distaccata dall’isola felice della famiglia d’origine e dalla gabbia dorata dell’università, così, inevitabilmente, anche Joëlle cambiò: la sua inquietudine inconcludente (l’iniziale promessa del viaggio in realtà verrà tradita e trasformata) deviò verso un dinamismo che ora si avvaleva di altri personaggi, di incroci imprevisti e di epiloghi ancora più inattesi. No, non c’è un personaggio con cui, dopo aver messo l’ultimo punto, ho continuato segretamente a comunicare: Joëlle e tutti gli altri abitano in quelle trecento pagine dell’edizione Roundrobin che li ospitano; fintanto che la storia ha continuato ad essere scritta, li ho sognati di notte e ad occhi aperti, poi nuove creature e nuovi intrecci hanno cominciato a bussare.     

 

4)      Secondo te è vero quanto spesso si dice, ovvero che un autore mette sempre un po’ di sé nei propri scritti? Se sì, cosa c’è di Vanessa ne Il viaggio di Joelle, e cosa di lei si rispecchia nelle personalità dei protagonisti (o in quelle degli altri personaggi, oppure, volendo, in determinati dialoghi, situazioni descritte nel corso della narrazione)?

Il viaggio di Joëlle non è un libro autobiografico perché non parla di me, ma credo che sia inevitabile essere in qualche modo influenzati dalla propria vita. In tutto il libro ci sono solo due ambienti che posso affermare di aver incluso per averne realmente subito il fascino: la Cité Universitaire di Parigi e il campo internazionale scout.

 

5)      Il viaggio di Joelle è stato pubblicato da una piccola editrice di Roma, la Round Robin. In che modo ti sei avvicinata a questo editore? Qual è stato l’approccio?

Dopo aver mandato il mio dattiloscritto ad innumerevoli case editrici nazionali, una sera, grazie ad un mio amico attore, conosco in una discoteca della capitale un giovane editore che stava promuovendo un libro sul jazz. In una cornice un po’ insolita rispetto alle tradizionali, soporifere presentazioni di libri, entro così in contatto con una realtà che comunque ritenevo ormai pressoché irraggiungibile. Da lì ad una settimana l’editor mi telefona e mi dice che il mio libro gli piace e vuole pubblicarlo. Un anno dopo va in stampa.

 

6)      Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale(della piccola e media editoria, intendo) italiano?

Per quel che riguarda la  mia esigua esperienza nell’ambito, posso ritenermi molto fortunata ad essere stata pubblicata, ma fuori da casi fortuiti come il mio, le leggi dell’editoria mi sembrano davvero spietate, mille volte di più di quelle teatrali. Non mi sento di dispensare stoici incitamenti del tipo: volere è potere. Piuttosto preferisco consigliare un lavoro che forse c’entrerà poco con la libera ispirazione, ma che alla lunga potrebbe dimostrarsi più efficace: leggere, informarsi, studiare, acquisire competenze, mettersi in discussione, rivedere, confrontarsi, essere il più possibile elastici e non covare l’illusione di avere successo seguendo la scia di un titolo, di un argomento, di un genere che per mille inspiegabili ragioni è riuscito ad emergere in un preciso momento. Se nessuno avesse creduto nella possibilità di esprimere conflitti e desideri  in forma di romanzo ma senza punteggiatura, non avremmo avuto geni come Virginia Woolf e James Joyce. Credo che osare sia d’obbligo in questa professione, ma con onestà.

 

 

7)      Oggi si sente spesso dire che si legge poco ma si scrive molto. Non lo trovi un paradosso?

Tutt’altro, anzi penso che sia una triste realtà frutto dei nostri tempi e della nostra società. In Italia scrivono in molti per una naturale ispirazione, spesso non corredata da una sufficiente attenzione – se di professionismo non si può parlare per i neofiti – verso la cura della forma e dello stile, verso la necessità delle competenze, verso l’introspezione psicologica. E si legge poco per una massificazione culturale che ha come massimo indicatore la televisione generalista e, in senso più allargato, la conoscenza visiva. La nostra è una società che corre e che quindi ricerca l’immediatezza in tutti gli aspetti della vita: dall’elettrodomestico al mezzo di trasporto, dall’i-pod ad internet. Nella società della visione (e, al massimo, dell’ascolto) non ci può essere abbastanza spazio per la lettura, che è invece un’attività che richiede analisi, approfondimento, continuità, in una parola: tempo. Se poi si aggiunge che l’offerta supera di gran lunga la domanda, per la maggior parte degli scrittori pur meritevoli d’essere pubblicati non è una vita facile.    

 

8)      Progetti in cantiere relativi alla scrittura? Se sì, ce ne anticiperesti qualcosa?

Ho iniziato da tempo a concepire quello che vorrei diventasse il mio secondo romanzo, ma la prospettiva di dedicarmici a tempo pieno è molto lontana, il che dilata vistosamente i tempi di proposta alle case editrici e, in caso fortunato, di pubblicazione. Questa volta l’ambientazione non è europea ma squisitamente italiana, anche se la città che fa da sfondo alla storia è di fantasia, e anche qui c’è una molteplicità alternata di voci narranti in cui credo di aver trovato una costante cifra stilistica che forse mi deriva dal mio lavoro d’attrice.     

postato da mMushroom alle ore 11:32 | link | commenti (1)
categorie: intervista a vanessa sacco

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