L'intervista di oggi è a Marco Giacosa, autore ArpaNet.
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Marco Giacosa?
Marco Giacosa compie 33 anni l’11 settembre del 2007, vive tra Torino e Alba. Ecco, perfetto inizio per la presentazione di Umberto Eco, o di un morto. No, nulla di letterario. Sono classe ’74, lavoro a Torino e ci vivo la settimana, il week end di solito lo trascorro nella mia zona d’origine, le Langhe appunto. Ho fatto economia e purtroppo lavoro in azienda. Sono fidanzato con Silvia, mi piace mangiare e bere bene, gioco al fantacalcio e bla bla bla.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
Ho pubblicato il mio primo articolo su un giornale locale quando avevo 17 anni. Molto prima, a 8 anni, d’estate, mi appostavo in attesa del postino, per ricevere in diretta il quotidiano cui mio padre era abbonato. Era il primo piacere della giornata. Conoscevo tutte le firme di tutti i giornalisti de La Stampa, Tuttosport e Gazzetta d’Alba, ne distinguevo gli stili, ero fan di Vladimiro Caminiti e di Alberto Tealdo. I miei coetanei avevano il poster di Tardelli, io ritagliavo i pezzi di Gianni Brera. Il premio per un buon voto alle elementari era una moneta da 500 lire che investivo in Tuttosport. Dal leggere con passione al voler scrivere il passaggio è stato quasi obbligato.
Hai partecipato al concorso Concepts Books, (MiniConcepts Gusto), bandito dalla casa editrice ArpaNet. Parlaci della tua ultima pubblicazione.
Zuppa Inglese, racconto in 10 porzioni l’ho scritto a marzo di quest’anno. Ero al lavoro e m’è uscito l’incipit: “Artemide, si, come la dea…”. In pausa pranzo mi son messo alla tastiera e ho parlato di Artemide. Era un raccontino. L’idea originaria era quella di una raccolta di racconti brevissimi, legati da un filo conduttore. Così ho scritto il secondo personaggio. La storia si è delineata scrivendo, giorno dopo giorno. Alcuni amici fidati leggevano e commentavano. Alla fine mi chiamavano per discutere le caratteristiche dei personaggi, ricordo una sera a casa degli amici Paola e Davide a discutere della psicologia del personaggio Giovanna, ma in maniera seria, nemmeno si trattasse di nostra sorella. In due settimane, più una notte per la rivisitazione ultima, la sommatoria di raccontini è diventata un lungo racconto. La mia amica Lisa mi ha fatto mandare il lavoro al concorso, ed è andata bene.
Scrivere è importante, ma anche leggere lo è: quali sono le tue letture preferite e quali autori ami di più?
Fenoglio, Bret Easton Ellis, Romagnoli su tutti. Il primo niente affatto per campanilismo, anzi: quando al liceo mi parlavano di Una questione privata e del Partigiano Johnny, io pensavo al pallone, al motorino e alle ragazze. Poi, un’estate, la rivelazione. Lessi 3 volte di fila Una questione privata. Il resto venne facile. Ancora oggi, dopo aver letto tutto di lui, capita spesso che prenda dalla libreria alcune delle sue opere e ne rilegga pagine, passi, costruzioni di frasi.
Bret Easton Ellis lo conobbi con American Pshyco. Geniale. Per stile e contenuti. Poi recuperai ciò che mi ero perso, e ne seguii le successive pubblicazioni.
Gabriele Romagnoli fa l’inviato di Repubblica e scrive su Vanity Fair. Non ho ancora capito quanto sia conosciuto in Italia. Però è il Dio della penna. Me ne innamorai nel 1994, quando era a La Stampa, per un reportage che fece dall’autogrill Arda Ovest. Ovviamente ho letto tutti i suoi libri. Il suo capolavoro è Non ci sono santi, la sua opera penultima, uscita il 15 marzo del 2006. Come faccio a ricordare la data esatta? Perché i giornali scrissero che sarebbe uscito il 15, io iniziai il 12 a tempestare le librerie di chiamate. Lo raccolsi dai carrelli avvolto nel cellophane: la mia copia nemmeno ha visto gli scaffali.
Hai dei modelli di riferimento?
Gabriele Romagnoli, indubbiamente. Al quale scrivo spesso, il quale mi risponde a sprazzi. Ma sono come le donne della canzone di Ferrandini: più mi tratta male, più mi innamoro. Scherzo ovviamente, ma è per dire che i suoi silenzi non mi abbattono, e gli sono ogni volta più fedele.
Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Osservo la realtà dalle cronache dei giornali. Il mio bacino di riferimento è quello. I personaggi non sono miei, o lo sono nella misura in cui lo sono di tutti. Proviamo tenerezza o disprezzo o compassione o odio per qualsiasi persona che animi le cronache, senza conoscerla, soltanto leggendone. Lo stesso succede a me con i personaggi che racconto: potrei essere amico di un personaggio perché sono amico di chi nella realtà ha le sue caratteristiche, e così via. Non li interiorizzo, anzi.
C’è un romanzo in cui ti piacerebbe entrare? Se sì, quale personaggio vorresti essere?
Risposta facilissima: vorrei entrare in uno qualsiasi dei romanzi di Camilleri ed essere il commissario Montalbano. Camilleri è il vero genio del giallo all’italiana, altro che Fruttero&Lucentini. Senza parlare del sopravvalutato Faletti. Il mio rimpianto è non aver fatto il corso per ufficiali di complemento dei carabinieri: sono stato un semplice ausiliario nell’Arma, ed è stato l’anno più bello della mia vita. L’istinto della guardia ce l’ho nel DNA! Voto Montalbano, sicuramente.
Progetti futuri?
Provare a scrivere un romanzo come dico io. Provare a fare di ciò che ho sempre fatto nel tempo libero un lavoro. Se dovessi dire perché non ci ho provato prima riempiremmo tutto lo spazio del tuo blog. Per cui mi do un freno e fermo le parole.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Blu. Come il mare, il cielo, l’infinito, l’eternità.