Quella di questo venerdì 19 (già 19?? ma se ieri era solo il primo di Ottobre...) è un'intervista tutta a colori e a rispondere è Laura Bonelli, autrice ArpaNet.
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Laura Bonelli?
Diplomata alla civica scuola di cinema di Milano, fitopreparatore, segretaria, operatore socio sanitario… Frulla tutto insieme e viene fuori chi sono.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
A vent’anni ho cominciato a lavorare per il teatro come autrice e regista. In quell’ambito ho fatto le mie prime esperienze di scrittura.
Testi teatrali… Racconti… Monologhi…
Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
E’ un’esperienza molto interessante, perché la conoscenza parte sempre un po’ alla lontana, ma più ci parliamo e più ci stiamo simpatici. Alla fine diventano parte della mia cerchia di amicizie
Parlaci un po’ della tua esperienza con la casa editrice ArpaNet e dei tuoi lavori.
Sono stata iscritta alla loro iniziativa editoriale “Concepts letteratura-musica” da un’amica, con una telefonata che diceva “scrivi un racconto che abbia per ispirazione la musica e invialo. Hai 10 giorni di tempo. Poi scadono i termini per presentare i lavori”. L ’ho mandato e, in modo del tutto inaspettato, è stato scelto e pubblicato.
Poi ho avuto l’occasione di conoscere la redazione Arpanet e mi sono entusiasmata alle loro iniziative, per la libertà di pensiero e la capacità di uscire dagli schemi mantenendo eleganza e profondità. Sono stati pubblicati 3 racconti. Il primo “La valle degli innocenti” in Concepts Musica, ispirato ad un brano del mio cantante preferito, Chris Whitley. Il secondo , “La signorina Pickett” ispirato al quadro “Ragazza che fa la calza” di Segantini, in Concepts Arte e l’ultimo, “Turn the dark off” ispirato ad movimento punk in Concepts Moda.
Scrivere è importante, ma anche leggere lo è: quali sono le tue letture preferite e quali autori ami di più?
Sono appassionata della letteratura giapponese degli anni ’30-’50, in particolare dei racconti di Akutagawa e del romanzo breve Le canzoni di Narayama di Schichiro Fukazawa. Una naturale inclinazione al surrealismo mi spinge a trovare molto interessanti Beckett, Ionesco e i testi comici di Karl Valentin. Ma, tra i recenti, sono stata folgorata dalla scrittura di Gianni Biondillo.
Parlando di Scrittura con la S maiuscola, pensi che oggi usare arcaismi e forme ricercate sia una pregio da parte di chi scrive, o solo una inutile forzatura di fronte alla lingua che cambia e che merita di essere rispettata in quanto tale, con le sue caratteristiche e i suoi neologismi?
Nella scrittura va utilizzato quello che serve per rendere nel modo migliore un concetto o un’immagine, come per il cinema. E’ inutile darsi un vanto per aver fatto un film senza effetti speciali. Se la sceneggiatura lo richiede, li si utilizzi, ma se c’è bisogno di un primissimo piano e della recitazione dell’attore, è del tutto inutile. Lo stesso vale per la scrittura, il neologismo è l’effetto speciale, la forma ricercata è la pura recitazione dell’attore. Basta che chi scrive sia consapevole di questo e ne abbia la padronanza.
Progetti futuri?
Ho in cantiere un paio di racconti, sempre per le iniziative editoriali di Arpanet. Staremo a vedere…
Immagina di essere un’insegnante di scrittura. È il primo giorno di lezione. Cosa diresti ai tuoi allievi, aspiranti scrittori?
Che scrivere è come concepire, formare e partorire un figlio. E la cosa positiva è che, dopo che è nato, non bisogna mantenerlo.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
L’invisibile colore dell’onestà con se stessi.