
The Dark Crystal, un film uscito in Italia nell'83. Ormai nessuno lo ricorda più, tranne io(che sono nato nell'87, quindi dire che lo ricordi è un po' un paradosso...) e pochi altri appassionati del genere. E' la storia di un mondo incantato sorretto da un cristallo oscuro. Due razze antagoniste e complementari, i Mistici e gli Skeksis, il Bene e il Male. Jen è l'unico superstite del favoloso popolo dei Ghelfling e protagonista di questo fantastico lungometraggio. Non è per una recensione di questo film che sto scrivendo questo post, ma per dire che nello stesso anno in cui The Dark Crystal uscì nelle sale, la casa editrice Mondadori, per la collana Urania, pubblicò il romanzo tratto dal film (quando l'ho scoperto ho avuto uno shock).
Purtoppo è introvabile ed io ho dovuto acquistarlo su e-bay. E' bellissimo e lo consiglio a tutti. Una volta Antonella mi propose il gioco dei tre libri da portare su un'isola deserta... Di libri ne leggo molti, ma un terzo da portare su un'isoletta non riuscivo davvero a trovarlo... Adesso invece ce l'ho tra le mani e lo sto leggendo con entusiasmo.
I tre libri che porterei su un'isoletta deserta:
La Storia Infinita
La casa degli Spiriti
Dark Crystal (ma io alla fine mi porterei solo questo!!)
immagini prese dal web
Ultimamente sono a corto di idee da mettere sul mio blog... Un proverbio dice che la notte porta consiglio, e questa notte io ho sognato di recensire sul blog "La figlia del capitano", un romanzo di Puskin che di recente ho terminato. Sì, come si può vedere, sto scrivendo un nuovo post, quello che state leggendo, ma non per recensire il romanzo che ho finito. Questo solo per dire che non mi va di recensire il libro e che i consigli della notte non valgono niente.
Un consiglio me lo do io: siccome non ho nulla da fare, vado a studiare.
Oggi è Domenica quindi mi rode tantissimo. 
Odio la Domenica. L'ho sempre odiata e mai smetterò di odiarla. Oggi tra l'altro piove, motivo per il quale questa Domenica mi appare ancora più odiosa delle precedenti. E' vero che la pioggia serve e che senza di essa l'ecosistema crollerebbe* e che comunque siamo a Novembre (e quindi è tempo suo)... ma io l'acqua che cade dal cielo non la riesco a soffrire, se non in rari e determinati casi. Domani è lunedì e se durante questa settimana la pioggia non darà una tregua inizierò, come si dice a Roma, a sclerare. Oggi vorrei scrivere ma non ho voglia, vorrei leggere ma non ho voglia. E' Domenica. Perlomeno ho dormito fino a tardi e... aprendo la pagina di yahoo, per accedere alla casella postale, leggo, fra le notizie, che recenti studi affermano che dormire poco fa male... ma è una novità? 
* domanda! - Ma tanto non è già crollato?
risposta - Booo!
Prima di andare a dormire mi ascolto queste quattro belle canzoni di Loreena McKennitt.
The Bonny Swans (molto bello il video)
http://www.youtube.com/watch?v=qTXbT2l2kV0
Beneath a Phrygian Sky (non smetterei mai di ascoltarla)
http://www.youtube.com/watch?v=siXe7bKt1q0&feature=related
The Mummer's Dance (una delle mie preferite)
http://www.youtube.com/watch?v=hK-Pi-Dgsfk&feature=related
Stolen Child (niente da dire...)
Passava tutti i venerdì sera al pub. L'orologio, sullo schermo, segnava le 19:00. Marko salvò i dati - aveva appena terminato un nuovo racconto -, spostò il cursore del mouse su Start, quindi "Spegni Computer". Una doccia veloce, uno sguardo allo specchio, ai propri occhi riflessi sulla superficie di vetro umida, opaca di vapore. Uscì di casa con un libro in mano, sulla porta, però, tornò indietro e lo ripose laddove l'aveva preso, nella libreria... non aveva voglia di leggere. La mente ostruita dai soliti pensieri. Era stanco, Marko. Attese l'autobus sottocasa fissando il marciapiede. Giunto alla stazione della metropolitana, si fermò di fronte all'entrata dell'edificio, bloccato da un lampo, un'esitazione come tante spesso lo assalivano. La metro era insolitamente affollata, quella sera. Le fermate si susseguivano una appresso all'altra. Marko trascorreva gran parte della sua esistenza nella propria stanza. Quando usciva di casa ,ai suoi occhi si apriva il solito mondo e capiva che non era l'unico essere vivente. La Terra ne era piena. Più di sei miliardi di individui. La stazione, metropolitana, le gallerie e le scale mobili. Erano come un frullatore. Marko diveniva un puntino anonimo in mezzo a tantissimi altri e immerso in quella massa di individui perdeva la sua individualità. Stare in mezzo a così tanta gente lo faceva riflettere. Pensava che erano quelli i momenti in cui poteva accadere qualunque cosa.
In questo venerdì così uggioso e novembrino, arriva una nuova intervista! A rispondere è Gionata Soldatini, autore ArpaNet.
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Gionata Soldatini?
Questa è sicuramente la domanda più difficile a cui rispondere. Il mio problema è che proprio non lo so.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
Tutti hanno bisogno di comunicare, in un modo o nell’altro, ciò che sentono, per mettersi in discussione e cercare di capire cosa si è veramente: con il partner, con un amico e, perchè no, con un foglio bianco da riempire. Scrivere è stata un’esigenza, è dai tempi del liceo che butto giù qualche idea. Quando mi sono accorto che ciò che mi circondava non era capace di completarmi, allora ho iniziato a scrivere.
Parlaci un po’ della tua esperienza con la casa editrice ArpaNet.
Tenevo da tempo dei racconti nel cassetto, ma l’esigenza di cui parlavo prima si scontrava con il terrore del rifiuto. Poi ho deciso di buttarmi, di partecipare al concorso indetto dall’ArpaNet e…sorpresa! Il testo è piaciuto ed è stato publicato. Una gioia immensa, sarò sempre in debito con loro.
I personaggi sono parte dello scrittore e delle sue esperienze di vita; sei d’accordo con questo luogo comune?
Assolutamente sì. I miei personaggi, le mie esperienze, i miei ricordi, sono filtrati e resi il più possibile interessanti perché la fantasia e il potenziale della scrittura è straordinario; è per me impossibile resistere e non sfruttare a pieno queste possibilità, ma piccole parti di me e del mio mondo sono in ogni stato d’animo e nella più surreale delle descrizioni.
Tre libri che ti porteresti su una fantomatica isola deserta.
Fight Club di Chuck Palahniuk, Chiedi alla Polvere di John Fante, Compagno di Sbronze di Charles Bukowsky. Il mio primo amore è stato però Sulla Strada di Jack Kerouac. Giuro che questo libro mi ha “chiamato”, mi ha detto “leggimi”! Era lì, buttato in una cesta enorme di un centro commerciale, e non so assolutamente cosa mi abbia attratto. Avevo 17 anni e neanche conoscevo Kerouac, le scuole superiori, per l’evidente necessità di dare solo una cultura generale, ti iniziano alla lettura di quelli che definirei i “classici ufficiali”, ma il gusto personale non si impone. Per fortuna ho scoperto presto che negli anni in cui D’Annunzio si ritirò nel suo villone, Henry Miller, ad esempio, scriveva Tropico del Cancro. Se non mi fossi appassionato a certa letteratura, probabilmente adesso non scriverei.
Tornando a noi, porterei in un’isola deserta i libri che ho citato all’inizio perché, insieme ad altri libri che adoro e che sprigionano “un’energia” unica, sono attraversati da un’ironia, che diventa spesso sarcasmo e cinismo, per me assolutamente indispensabile in una storia.
Lo stile costituisce la “firma” di ogni scrittore. Tu come definiresti il tuo?
La scrittura, anche quella apparentemente più spontanea, è una questione di equilibrio. Se la forma rimane immobile si rischia un piattume totale. Fante e Bukowsky, ad esempio, sono dei grandi “artigiani” capaci d’impennate liriche straordinarie; Palahniuk, passa da descrizioni dettagliatissime a brevissime intuizioni che sono un pugno allo stomaco. Loro, fra questi ed altri poli, hanno trovato un equilibrio. Io cerco di rimanere fra l’astratto e il concreto, fra luoghi imprecisati e dettagli precisi, passato e presente, sogno e realtà. Lo stile è la vera anima dello scrittore, diciamo che il mio è lo specchio della mia confusione e il tentativo di superarla
Stai per iniziare un nuovo romanzo e ti trovi di fronte alla classica prima pagina bianca. Come vivi questo momento?
Vivo il momento con emozione ma non mi preoccupa. La prima pagina non è mai un problema per me, se inizio a scrivere è perché ho già chiara un’idea in testa. Per il momento è così. Lo sviluppo, quello sì che è difficile, e poi il lavoro di limatura. Come ho detto prima, non credo molto nella scrittura spontanea, un libro è per me come un mosaico.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che sia?
Rosso acceso, o comunque di un colore che sprigionasse un’energia così forte da poterla cogliere.
ATTUALMENTE MARKO MATZ E' IN COMA DA CORTOCIRCUITO
INSERIRE BENEDIZIONI
O PREGHIERE
O CORONE FUNEBRI PROVVISORIE