Antanz1967 ha pubblicato un nuovo racconto sul suo blog! Correte a leggerloooo!
MariaGiovanna Luini torna in questo blog per rispondere ad una nuova intervista. Ci parla questa volta del suo nuoo libro, il romanzo "Una Storia ai Delfini", edito dalla casa editrice Creativa.
“Una storia ai delfini” è un romanzo che parte dalla fine: Lucia decide di raccontare la sua storia, di scriverla di gettarla ai suoi delfini, è infatti una donna che ha deciso di vivere su una barca, di isolarsi dal mondo.
Parlaci un po’ di questo personaggio, di Lucia. C’è qualcosa della tua persona, di MariaGiovanna, in lei?
C’è molto di me. Ci sono impressioni e sentimenti, ricordi e fantasie. C’è il silenzio, tipicamente mio. Ci sono esperienze passate, anche se non è un romanzo autobiografico C’è l’amore per la barca, che è rifugio e libertà, e per l’isola di Ponza. E c’è il dolore come esperienza capace di sconvolgere, svuotare e ricreare. C’è l’amore che rinasce e sa restituire la vita nonostante tutto: anche questo è fortemente mio. Poi ci sono tratti come la passione per la lettura, la tendenza all’isolamento, l’incontro con i delfini, la reazione silenziosa ai drammi della vita. E nel romanzo ci sono persone che realmente esistono o sono esistite: Antonietta e Massimo (il medico che fa una rapida ma decisiva comparsa nella malattia di Antonietta), per esempio. Massimo è un radiologo molto esperto che è rimasto molto sorpreso quando ha scoperto di essere diventato un personaggio “da romanzo”, e Antonietta è stata un’amica fondamentale per la mia vita. La sua morte è un lutto che credo di avere affrontato grazie al ricordo del suo sorriso, e alla certezza che lei avrebbe voluto che vivessi pienamente, senza fermarmi a piangere. Antonietta è nelle sue sculture, e nel mio romanzo adesso. A volte ho la sensazione che sia un soffio di vita che arriva nei momenti più difficili.
E’ un romanzo che sembra seguire la struttura di un diario. Ci sono capitoli in cui la protagonista dice molto, altri in cui ci descrive con precisione le sue esperienze di vita, e questo tutto a seconda del suo umore, infatti anche lo stile, mi è sembrato di notare, muta in base al suo stato d’animo.
Che esperienza dunque ha costituito per te scrivere questo romanzo?
E’ stata un’immersione in acque ignote che si svelavano a flash. L’ho scritto in una settimana, in barca. E’ uscito senza una pianificazione, senza che la trama fosse stata decisa a tavolino: succede sempre così o quasi. Mi metto in ascolto e scrivo. Nel silenzio. E una storia nasce, tirando fuori da me invenzioni e realtà, ricordi ed emozione. Mi sono letta in parole che scrivevo freneticamente, d’impulso: ho trovato il passato e l’interpretazione del presente, e ho sorriso di fantasie che non ho potuto fare a meno di raccontare. So di avere descritto molto dolore, e di avere usato uno stile diverso per eventi drammatici (o difficili) tra loro differenti. Come capita sempre, ho vissuto la scrittura di “Una storia ai delfini” come un’esperienza assoluta: non esisteva altro che la storia, e ciò che per me rappresentava. L’ultimo capitolo è stato uno strappo violentissimo, molto traumatico: qualcosa di importante era finito e credevo che la vita non avrebbe potuto proseguire. Sembra un’esagerazione, ma è ciò che succede quando termino di scrivere una storia: ho istanti di lutto, di disperazione che mi investe e fa perdere la razionalità. E’ successo anche l’estate scorsa, con il nuovo manoscritto che ho terminato: ho scritto l’ultima parola in piena notte e mi sono sentita affondare nell’angoscia. E’ stata la mia amica Loredana a “recuperarmi”, con molta pazienza: al mio sms disperato ha filosoficamente risposto “Calma, è solo perché hai finito il romanzo”. Mi ha fatta ridere. E mi ha fatta sentire capita. E’ stata capace di rimettermi nella vita con poche parole.
Ma adesso andiamo nel tecnico. Com’è nata l’idea per questo romanzo?
Da un gioco di delfini. E’ andata come nel romanzo: con mio marito Alberto navigavamo al largo di Riva Trigoso e abbiamo incontrato i delfini. Abbiamo giocato con loro, e ho sentito che avrei voluto scrivere una storia. Ho preso un taccuino e il romanzo è nato da solo. In rada, in porto, in navigazione: ho scritto tutto ciò che l’istinto ha creato, consumando una quantità incredibile di penne a sfera blu.
Prime impressioni da parte dei lettori che hanno letto il tuo romanzo?
Che riscontro c’è stato?
Ho ricevuto messaggi e lettere che mi hanno commosso. Mi è difficile parlare di questo, un po’ perché voglio cullare dentro me stessa alcuni commenti bellissimi, tesori preziosi che mai mi sarei aspettata di ricevere, un po’ perché mi imbarazza molto raccontare le lodi. E voglio mantenere l’equilibrio, so che sarà molto importante ascoltare con attenzione le critiche. Per migliorare, per evolvere nello stile. La mia è una visione parziale, preliminare della reazione dei lettori: è necessario tempo per capire il destino del mio libro. Cautela, umiltà e silenzio, e gioia per ogni meraviglioso regalo della vita: la pubblicazione di “Una storia ai delfini” è un regalo della vita che mi riempie di felicità.
La tua esperienza con la casa editrice Creativa?
Gianluca Ferrara è l’editore che ogni scrittore vorrebbe incontrare, secondo me. Gentile, amichevole, pronto a consigliare e a rassicurare. C’è, sempre, e ascolta e suggerisce e indirizza nel migliore dei modi. La casa editrice è piccola ma piena di entusiasmo, ha una grandissima voglia di pubblicare prodotti di qualità in un clima sereno e positivo. Francesca Mazzucato, direttore della Collana Declinato al Femminile e scrittrice tra le migliori in Italia, è indescrivibile: ha la pazienza di leggere e suggerire, di correggere gli errori di ingenuità e stile, di porgere ogni commento (o critica) con delicatezza e affetto. E ha un’attenzione agli altri fuori dal comune.
Finora l’esperienza con Creativa è stata decisamente buona, anche dal punto di vista della grafica del libro che secondo me è molto adatta all’argomento (a proposito, il delfino in copertina è uno di quelli che hanno fatto nascere l’idea del romanzo: mio marito, che ha la passione della fotografia, l’ha immortalato quella sera dell’estate 2006).
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Antonio Pettierre?
Ho quarant’anni e sono nato a Padova. La mia vita l’ho vissuta a Torino fino al 2001, quando mi sono trasferito a Milano per lavoro e dove vivo tutt’ora. Ho tre grandi passioni, oltre la scrittura: viaggiare, il cinema e il buon cibo.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
A dieci anni. Sembra un po’ scontato dirlo, ma ho frequentato una scuola in cui sperimentavano il tempo pieno. La mattina si facevano lezioni sulle materie classiche, mentre il pomeriggio si svolgevano attività ludico-creative: tra queste creavamo e pubblicavamo in proprio un giornalino “Noi e Voi”, un mensile dove si pubblicavano interviste, articoli, racconti e poesie. Ho scritto il mio primo racconto per quel giornaletto, per gioco, per puro divertimento. All’epoca leggevo già romanzi di fantascienza (space opera e avventura per lo più) e quindi mi venne naturale scrivere una storia fantastica. Be’, il giornalino ebbe tanto successo che si creò una collaborazione con La Gazzetta del Popolo, quotidiano di Torino che oggi non esiste più, e il giornalino girava anche al di fuori della scuola. Arrivò nella redazione di una radio privata a cui piacque molto il mio primo racconto: mi invitarono a una trasmissione per bambini, dove mi intervistarono, lessero il racconto e poi dovetti rispondere in diretta alle domande dei giovani ascoltatori... Fu una esperienza per me, bambino di dieci anni, appagante e meravigliosa. Mi aprì un mondo dove le mie storie, le mie fantasie trovavano corrispondenza con altri miei simili e piacevano, per quelle che erano. Quindi, la scintilla è nata da quell’evento. Non so se mi sarei messo a scrivere se non avessi avuto quell’occasione. Forse sì e forse no. Però nel mio caso tutto è nato da lì.
Parlaci della tua esperienza con la casa editrice ArpaNet.
Il rapporto con Arpanet è nato nel 2004 quando selezionarono un mio racconto, “Il fiutatore” , per l’antologia Meccano. Da lì ho partecipato sempre alle loro iniziative editoriali. Arpanet è una bella realtà, dinamica e giovane, in grande crescita ed è questo che più mi piace: la voglia di creare cose belle e interessanti, di andare avanti nell’esplorare nuovi territori narrativi, di voler investire sugli autori. Fanno un grande lavoro di scouting e sono contento di essere stato valorizzato da loro. Eppoi sono seri: mi hanno sempre fatto firmare contratti editoriali veri (senza chiedere mai contributi in denaro) per pubblicare per i loro tipi e nel mondo editoriale questo non è poco. Credo anche che il rapporto tra autore ed editore debba essere un rapporto di stima e fiducia reciproca e di sintonia sulle idee e con Arpanet si riesce a instaurarlo. Poi, con l’iniziativa di Concepts stanno percorrendo una strada nuova che ha successo e sono contento di esserci.
Scrivere è importante, ma anche leggere lo è: quali sono le tue letture preferite e quali autori ami di più?
Guarda, credo che sia più importante leggere. Nel senso che uno scrittore è soprattutto gran lettore. Non credo a quelli che scrivono senza leggere. Anzi, chi scrive deve leggere, leggere e continuare a leggere. E poi leggere non solo emozionandosi, ma anche capendo la struttura di un romanzo o racconto, lo stile di scrittura, la psicologia dei personaggi, ecc... Alla fine credo che sia una necessità leggere con il cuore, la testa e la pancia.
Detto questo ho iniziato prima a essere un lettore che uno scrittore: il mio primo libro è stato un regalo di mio padre per il mio settimo compleanno: Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. Leggevo un capitolo al giorno subito dopo pranzo, e ricordo che mia madre faceva andare la lavastoviglie... faceva tanto rumore che mentre leggevo le avvenute del capitano Nemo mi sembrava di stare con lui sul Nautilus. Da qui capirai che il mio primo amore è stata la fantascienza: fino alla prima adolescenza ho letto di tutto sul genere. Poi crescendo ho cominciato a spaziare, ma certamente la fantascienza e il noir sono i miei generi preferiti in assoluto. Certo che poi non posso fare a meno di tutta la grande letteratura del Novecento – in particolare quella del mondo anglo-americano. Non riesco a dirti quali autori amo di più perché ce ne sono veramente tanti... Per farti solo qualche esempio: Philip K. Dick, E.A.Poe, Lovecraft, Josef Conrad, Hemingway, F.S. Fitzgerald, William Faulkner... e veramente tanti altri. Tra gli italiani il primo Calvino, Sciascia, Vittorini, solo per citartene qualcuno.
Scrivere ha cambiato qualcosa nella tua vita?
Scrivere è la mia vita. Nel senso che scrivere è un’esigenza profonda che è alla base della mia crescita come persona, della mia coscienza critica. Quando non riesco a scrivere per molto tempo e come se mi sentissi ammalato nello spirito. Quando mi capitano questi periodi leggo moltissimo e vedo molti film per lenire la mancanza della scrittura.
Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Di solito un rapporto di amore. Certo, i personaggi principali delle mie storie sono una proiezione del mio inconscio, mentre i personaggi secondari sono sempre ispirati a persone che conosco, ho conosciuto o semplicemente incontrato una volta nella mia vita. Ma divento felice, quando comunque diventano altro da me e li vedo parlare e muoversi in modo autonomo. A un certo punto non scrivo più i dialoghi dei personaggi, ma essi mi parlano, mi dicono delle cose, mi comunicano emozioni.
Viviamo nel XXI secolo e sempre più spesso sentiamo parlare di e-book. Cosa ne pensi?
Credo che possa essere un formato interessante per la diffusione delle storie, specialmente per raggiungere un pubblico che difficilmente si avvicina a un luogo fisico come una libreria, un’edicola, un supermercato. E’ uno strumento senza frontiere. Ma credo anche che ci sia ancora molta strada da fare perché in qualche modo l’e-book possa affiancare per efficacia il libro. Ci vorranno ancora molti anni e comunque non sostituirà mai il formato cartaceo. Leggere è anche un’esperienza sensoriale, tattile, visiva, olfattiva. E l’e-book non provoca nulla di tutto questo.
Progetti futuri?
Tanti, anche se il tempo libero a disposizione è sempre molto poco. Purtroppo mi mantengo facendo un lavoro che non ha attinenza con la scrittura e a volte è difficile coniugare il tutto.
Sto lavorando a un libro, un romanzo breve, che ha a che fare con il mondo del cinema, ma con un accento molto fantastico. Di più non ti dico per scaramanzia e poi perché si deve parlare solo di quello che si è scritto e non di quello che si vuole scrivere.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Verde.
Loreena McKennitt - She Moved Through The Fair
http://www.youtube.com/watch?v=afAjt0E250E&mode=related&search
Le canzoni di Loreena sono tutte bellissime, ma questa è superlativa, e ogni volta che la ascolto entro in un sogno di edere che ricoprono le torri di un castello diroccato.
Grazie alla funzione "categorie" ho creato un indice di tutte le interviste fatte sinora. Buona lettura ( o rilettura).
Questo blog fa parte della Lega dei blog letterari, ideata da Francesco Giubilei, giovanissimo scrittore e gestore della rivista Historica. Ogni primo e quindicesimo del mese uscirà, in allegato con la rivista , un minimagazine della lega dei blog. I blog che fanno parte di questa lega si linkano a vicenda al fine di farsi conoscere meglio.
Cinque giorni prima delle date in cui uscirà il minimagazine, gli iscritti alla lega devono inviare per email uno dei quindici ultimi post dei propri blog, quale potrebbe essere selezionato per una pubblicazione sul magazine della L.BL..
E' uscito da pochi giorni il primo magazine della lega, che costituisce una sorta di prototipo per i prossimi numeri in allegato ad Historica. Per ricevere ulteriori informazioni sulla lega, scrivete a questo indirizzo infohistorica@libero.it.
Segnalo di seguito i blog che hanno contribuito, inviando un post, alla realizzazione di questo primo numero del magazine della L.BL..
http://scritture.blog.kataweb.it
http://letteratitudine.blog.kataweb.it blog di Massimo Maugeri
http://lauraetlory.splinder.com blog di Laura Costantini e Loredana Falcone
http://alicesu.splinder.com blog di Alice Suella
http://rossiorizzonti.splinder.com
www.webalice.it/andrea.mucciolo blog di Andrea Mucciolo
www.simonacamplone.it blog di Simona Camplone
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Alessia Rocco?
Sono una ragazza puteolana di 32 anni, laureata in Giurisprudenza con una smisurata passione per la scrittura.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
Ho iniziato da piccolissima. Ho sempre tenuto diari nei quali scrivevo storie, poesie, racconti. I miei genitori mi hanno inculcato sin dalla più tenera età la passione per la lettura ed è proprio dalla letteratura che mi è scaturita la passione della scrittura che coltivo con determinazione. Leggere mi ha fatto nascere la voglia di provare a dare corpo ai miei pensieri.
Parlaci della tua esperienza con la casa editrice ARPANET.
Ho conosciuto Arpanet per puro caso. Vagabondavo in internet e mi sono imbattuta in questo sito dedicato agli scrittori emergenti. Con fiducia ho inviato i miei scritti e dopo qualche mese ho partecipato all’iniziativa editoriale Concept. E’ andata bene e con grande soddisfazione le mie poesie sono state pubblicate nel volume Concept_Gusto. Partecipare alla serata di presentazione, lo scorso 28 giugno, è stato davvero emozionante! Arpanet mi ha dato la possibilità di rendermi visibile e di pubblicare. Gliene sono grata. Del resto l’aspirazione (e l’ambizione) più grande di chi scrive è farsi leggere.
Scrivere è importante, ma anche leggere lo è: quali sono le tue letture preferite e quali autori ami di più?
Amo gli autori russi, Dostoywesky è il mio preferito tra questi. Maupassant, Zolà, tra i “naturalisti” francesi. E poi Neruda, Garcia Lorca, Mann. Amo spaziare tra letteratura classica e contemporanea, non disdegno i gialli. Vale sempre la pena di leggere.
Ti capita mai di acquistare un romanzo, leggerlo tutto d’un fiato e di… rimanere delusa dal finale? Se sì, quale romanzo avresti voluto avesse un finale diverso?
Mi è capitato poco tempo fa. L’ultimo romanzo della Allende, autrice che adoro, “Ines dell’anima mia” sulla conquista del Cile, mi ha un po’ delusa.
Non solo nel finale ma nel dipanarsi dell’intera storia.
Forse perché mi aspettavo la magia che l’autrice di solito sa creare nei suoi testi ed invece stavolta non è accaduto, almeno per quanto mi riguarda.
Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Diventano altro da me. E’ vero quello che dicono molti scrittori e cioè che i personaggi vivono di vita propria. Mi capita di rileggere spessissimo i racconti che scrivo, per limarli, perfezionarli e ogni volta percepisco un sentimento contrastante, un miscuglio di affezione e distacco. Una volta creati restano là per sempre, almeno per noi stessi.
Oggi si usa molto il computer per scrivere, perché è comodo ed efficace. Se fossi nata nell’800 avresti avuto il “coraggio” di impugnare penna d’oca, munirti di calamaio e pile e pile di fogli?
Decisamente si! Per qualche tempo, anche dopo aver acquistato il pc (ormai anni addietro) ho continuato a scrivere con penna e foglio, perché mi sembrava che il computer creasse una eccessiva distanza tra me ed il mio scritto. Forse avevo solo poca dimestichezza con la tastiera.
Oggi invece uso regolarmente il pc e lo trovo di una comodità enorme, per conservare, controllare, aver cura del mio materiale. Ma mi capita, sovente, di scrivere sui fogli di carta quando sono in giro, non ho il pc portatile con me e mi arriva l’ispirazione. Lo faccio soprattutto per scrivere versi.
Progetti futuri?
Spero di poter “emergere” perché non ho difficoltà a dire che sogno un futuro da scrittrice affermata. Vorrei scrivere l’ “opera della mia vita”! In questo momento sto ultimando un manoscritto poetico ed una serie di racconti che proporrò ad Arpanet.
In ogni caso continuerò a scrivere, perché è la mia vita e non potrei farne a meno.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Il mondo mi piace multicolore, variegato, eterogeneo. Un mondo così per me equivale ad un mondo senza pregiudizi di alcun genere. E’ un percorso difficile che esige un radicale mutamento culturale. Non so se ci arriveremo mai, ma solo i colori diventeranno più vividi e brillanti.
5 OTTOBRE ORE 18: 00
LIBRERIA ODREADEK, VIA DEI BANCHI VECCHI 57 ROMA
PRESENTAZIONE DEL MIO ROMANZO "COLORE INDECISO"
La trama ruota attorno a due personaggi. Il primo, Dmtrj, è un giovane albino nato cieco ma che acquista al compimento del suo sedicesimo compleanno la vista grazie all'incantesimo di un mago (non è un libro fantasy); in seguito all'evento sua sorella Anna, giovane artista dilettante, gli insegna a dipingere. Dmtrj adopererà dapprima i classici pennelli, in seguito i coltelli. Della pittura Dmtrj farà la sua professione di vita, ma in seguito ad un incidente ripudierà l'Arte e diventerà un assistente fornaio.
Il deuteragonista si chiama Scile, ed ha la stessa età di Dmtrj. Egli ha un passato da prostituto. Maggior ritaglio la sua figura ha nel lungo capitolo finale, che più o meno, nella sua lunghezza, occupa metà del romanzo. La vita di Scile trascorre apparentemente felice accanto ad Asja, una fanciulla albina, strabica e cieca. Qualcosa però è destinato a cambiare con l'arrivo di Dmtrj al villaggio dove egli vive, e con la comparsa di una misteriosa ragazza che in qualche modo sembra conoscere l'albino.
Il romanzo è ambientato in un mondo fittizio simile all'Europa balcanica e i nomi dei paesi sono quelli antichi delle province romane (Mesia, Rezia, Dacia, Tracia).
In appendice al romanzo è presente una breve nota personale, nella quale spiego come il romanzo è nato, seguita da un breve racconto che porta lo stesso titolo del quarto capitolo di Colore Indeciso...
E' presentato da una prefazione di Giovanni Buzi, promettente scrittore ed artista italiano.
Curiosità: l'immagine di copertina che ho scelto per il libro è un quadro preraffaellita e quando l'ho vista per la prima volta mi dissi che era perfetta poiché sembrava rappresentare due imporntanti personaggi del romanzo e rievocare un particolare passo del secondo capitolo....
ESTRATTO BREVE
Camminando lungo la stradicciola che conduce alla città rifletto e mi chiedo in quale zona di Trimontium viva quel ragazzo.
Non conoscendo il suo nome da questo istante lo chiamerò Rufus.
Potrei più semplicemente chiamarlo Rosso, ma “Rosso” è una
parola troppo banale, che in più mi evoca l’idea di un rosso opaco,
mediocre. Se invece chiudo gli occhi e penso “Rufus” nella mia
mente appare un rosso scuro, ma allo stesso tempo acceso…sì, un
cremisi potente, di puro sangue, come piace a me.
ESTRATTO LUNGO
Ho sognato di lei, questa notte. Ho dormito sì e no quattro ore. Ma
ho sognato, e lei era lì, nei miei occhi addormentati.
Syitane è venuta a trovarmi.
È un segno. Lei mi vuole. Devo soltanto chiederglielo. È venuta in
questo villaggio perché ci sono io, qui.
Andrò a cercarla, oggi. Ma come fare per risultare attraente ai suoi
occhi? Io sono un uomo e quindi mi devo far avanti.
Non posso chiederle di farle un ritratto.
I tempi in cui dipingevo con Anna sono tramontati. I pennelli sono
roba vecchia. Per dipingere, ora, uso i coltelli.
Di certo Syitane si spaventerebbe non poco. Inutile sarebbe
spiegarglielo. È pur sempre un pezzo di carne come tutti gli altri.
Non capirebbe.
Nessuno capirebbe che i coltelli sono più versatili dei pennelli.
Nessuno capirebbe che la pelle vale molto di più della tela, che
stendere il colore su un corpo umano usando un coltello è qualcosa
di parossistico, che la pittura tradizionale a confronto non vale un
soldo e che tutti i quadri dei più grandi pittori possono andare anche
in preda alle fiamme.
Sono abile a stendere il colore senza lacerare nulla.
L’ultima volta che ho dipinto il corpo di mia sorella usando un
coltello ho avuto un orgasmo spontaneo così potente che il bianco
del mio sperma è schizzato sulla sua schiena e si è fuso con gli altri
colori: il rosso è diventato rosa ed il blu celeste.
Ma questo Syitane non lo capirebbe mai. È un tipo di arte che
possiamo comprendere solo io ed Anna.
L'intervista di oggi è a Marco Giacosa, autore ArpaNet.
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Marco Giacosa?
Marco Giacosa compie 33 anni l’11 settembre del 2007, vive tra Torino e Alba. Ecco, perfetto inizio per la presentazione di Umberto Eco, o di un morto. No, nulla di letterario. Sono classe ’74, lavoro a Torino e ci vivo la settimana, il week end di solito lo trascorro nella mia zona d’origine, le Langhe appunto. Ho fatto economia e purtroppo lavoro in azienda. Sono fidanzato con Silvia, mi piace mangiare e bere bene, gioco al fantacalcio e bla bla bla.
Quando hai iniziato a scrivere e perché?
Ho pubblicato il mio primo articolo su un giornale locale quando avevo 17 anni. Molto prima, a 8 anni, d’estate, mi appostavo in attesa del postino, per ricevere in diretta il quotidiano cui mio padre era abbonato. Era il primo piacere della giornata. Conoscevo tutte le firme di tutti i giornalisti de La Stampa, Tuttosport e Gazzetta d’Alba, ne distinguevo gli stili, ero fan di Vladimiro Caminiti e di Alberto Tealdo. I miei coetanei avevano il poster di Tardelli, io ritagliavo i pezzi di Gianni Brera. Il premio per un buon voto alle elementari era una moneta da 500 lire che investivo in Tuttosport. Dal leggere con passione al voler scrivere il passaggio è stato quasi obbligato.
Hai partecipato al concorso Concepts Books, (MiniConcepts Gusto), bandito dalla casa editrice ArpaNet. Parlaci della tua ultima pubblicazione.
Zuppa Inglese, racconto in 10 porzioni l’ho scritto a marzo di quest’anno. Ero al lavoro e m’è uscito l’incipit: “Artemide, si, come la dea…”. In pausa pranzo mi son messo alla tastiera e ho parlato di Artemide. Era un raccontino. L’idea originaria era quella di una raccolta di racconti brevissimi, legati da un filo conduttore. Così ho scritto il secondo personaggio. La storia si è delineata scrivendo, giorno dopo giorno. Alcuni amici fidati leggevano e commentavano. Alla fine mi chiamavano per discutere le caratteristiche dei personaggi, ricordo una sera a casa degli amici Paola e Davide a discutere della psicologia del personaggio Giovanna, ma in maniera seria, nemmeno si trattasse di nostra sorella. In due settimane, più una notte per la rivisitazione ultima, la sommatoria di raccontini è diventata un lungo racconto. La mia amica Lisa mi ha fatto mandare il lavoro al concorso, ed è andata bene.
Scrivere è importante, ma anche leggere lo è: quali sono le tue letture preferite e quali autori ami di più?
Fenoglio, Bret Easton Ellis, Romagnoli su tutti. Il primo niente affatto per campanilismo, anzi: quando al liceo mi parlavano di Una questione privata e del Partigiano Johnny, io pensavo al pallone, al motorino e alle ragazze. Poi, un’estate, la rivelazione. Lessi 3 volte di fila Una questione privata. Il resto venne facile. Ancora oggi, dopo aver letto tutto di lui, capita spesso che prenda dalla libreria alcune delle sue opere e ne rilegga pagine, passi, costruzioni di frasi.
Bret Easton Ellis lo conobbi con American Pshyco. Geniale. Per stile e contenuti. Poi recuperai ciò che mi ero perso, e ne seguii le successive pubblicazioni.
Gabriele Romagnoli fa l’inviato di Repubblica e scrive su Vanity Fair. Non ho ancora capito quanto sia conosciuto in Italia. Però è il Dio della penna. Me ne innamorai nel 1994, quando era a La Stampa, per un reportage che fece dall’autogrill Arda Ovest. Ovviamente ho letto tutti i suoi libri. Il suo capolavoro è Non ci sono santi, la sua opera penultima, uscita il 15 marzo del 2006. Come faccio a ricordare la data esatta? Perché i giornali scrissero che sarebbe uscito il 15, io iniziai il 12 a tempestare le librerie di chiamate. Lo raccolsi dai carrelli avvolto nel cellophane: la mia copia nemmeno ha visto gli scaffali.
Hai dei modelli di riferimento?
Gabriele Romagnoli, indubbiamente. Al quale scrivo spesso, il quale mi risponde a sprazzi. Ma sono come le donne della canzone di Ferrandini: più mi tratta male, più mi innamoro. Scherzo ovviamente, ma è per dire che i suoi silenzi non mi abbattono, e gli sono ogni volta più fedele.
Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Osservo la realtà dalle cronache dei giornali. Il mio bacino di riferimento è quello. I personaggi non sono miei, o lo sono nella misura in cui lo sono di tutti. Proviamo tenerezza o disprezzo o compassione o odio per qualsiasi persona che animi le cronache, senza conoscerla, soltanto leggendone. Lo stesso succede a me con i personaggi che racconto: potrei essere amico di un personaggio perché sono amico di chi nella realtà ha le sue caratteristiche, e così via. Non li interiorizzo, anzi.
C’è un romanzo in cui ti piacerebbe entrare? Se sì, quale personaggio vorresti essere?
Risposta facilissima: vorrei entrare in uno qualsiasi dei romanzi di Camilleri ed essere il commissario Montalbano. Camilleri è il vero genio del giallo all’italiana, altro che Fruttero&Lucentini. Senza parlare del sopravvalutato Faletti. Il mio rimpianto è non aver fatto il corso per ufficiali di complemento dei carabinieri: sono stato un semplice ausiliario nell’Arma, ed è stato l’anno più bello della mia vita. L’istinto della guardia ce l’ho nel DNA! Voto Montalbano, sicuramente.
Progetti futuri?
Provare a scrivere un romanzo come dico io. Provare a fare di ciò che ho sempre fatto nel tempo libero un lavoro. Se dovessi dire perché non ci ho provato prima riempiremmo tutto lo spazio del tuo blog. Per cui mi do un freno e fermo le parole.
Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Blu. Come il mare, il cielo, l’infinito, l’eternità.