LE COLPE DEI PADRI
"Le colpe dei padri" è un titolo roboante, d'impatto. Il nuovo romanzo di Laura Costantini e Loredana Falcone gode di una potenza narrativa e di una capacità d'attrazione che potrebbe sfidare quella di un buco nero! La trama, complessa e vincente, viene lentamente spiegata in un susseguirsi di scolpi di scena e personaggi carismatici. La suddivisione in capitoli è puramente convenzionale: leggendolo non si percepiscono distacchi, ma sfumature cadenzate con ritmo quasi musicale. Babe e Jamie Lee sono le protagoniste del romanzo; sorelle ed ereditiere di un'immensa fortuna, ma anche di una grande tragedia che le porta a fare i conti col passato e con la propria famiglia. E' una storia americana raccontata da due autrici italiane il cui talento sorprende e scuote. I personaggi sono ben caratterizzati ed ognuno di essi è costruito sulle basi di una storia personale che Laura e Loredana hanno sapientemente costruito ed elaborato per ciascuno, dimodo che i "pezzi" vadano, via via nel corso della vicenda, a comporre un vasto e complicato puzzle narrativo.

copertina del libro
Marco Mazzanti
I RACCONTI DELLE BACCHE ROSSE
La penna di MariaGiovanna Luini ci propone, dopo "Esser grandi è una fiaba. Piccole fiabe per adulti.", un nuovo, prezioso libro di fiabe, edito per i tipi di Lampi di Stampa.
"I racconti delle bacche rosse" è una antologia di storie brevi ma toccanti, l'autrice ci prende per mano e ci conduce in un mondo che ha la consistenza di un sogno, dove oggetti, piante, paesaggi ed animali parlano; i personaggi rapiscono l'attenzione del lettore e lo sorprendono per la semplicità ed il romanticismo con cui ci vengono presentati. Spesso ingenui, a volte malinconici, sovente così spensierati. Ci commuovono, ma sopratutto ci fanno pensare, perchè ognuno di essi è uno spaccato dell'essere umano, con i suoi sentimenti, i suoi dolori, le sue gioie, le sue ambizioni.
Fiabe quindi rivolte anche ad un target adulto e riflessivo, che sa apprezzare una narrazione lineare ma densa di significati.
copertina del libro
Marco Mazzanti
MariaGiovanna Luini torna nuovamente qui per rispondere ad una terza, interessante intervista!
1) "Le parole del buio", un romanzo breve ma intenso, una donna, Silvia, che soffre per amore, un amore furtivo, clandestino, nato per gioco su una chat, e finito così come è iniziato, all'improvviso, come un'illusione, nel silenzio di un uomo dai tratti confusi. Parliamone un po', presentiamolo ai lettori.
E’ un amore come tanti, speciale come gli amori veri. Immagino che Silvia lo viva come un amore vero, e forse per qualche istante anche Marcello l’abbia sentito così. E sia scappato. Oppure si sia sentito soffocare dall’amore di Silvia che, inaspettatamente, ha lasciato andare i freni e l’ha travolto andando oltre i patti e la logica.
Lo chiami illusione: un amore furtivo, socialmente sbagliato, è illusione esattamente come tutti gli altri amori. Chi ama lo fa a prescindere dai legami matrimoniali, dai contratti e dalle parentele. Potremmo discutere anni su matrimoni basati su specie di amore trasformate nel tempo, affievolite o trasformate in altro. La relazione tra Silvia e Marcello avrebbe potuto essere amore, nonostante tutto. Il fatto è che non lo sappiamo perché abbiamo solo la versione di lei.
Silvia è convinta di avere trovato lo spazio per ogni cosa, nella sua vita: non ha mai sofferto troppo per abbandoni o dubbi d’amore, è una scrittrice affermata che basta a se stessa e in fondo manifesta il proprio egoismo con un po’ di compiacimento. Marcello si vede attraverso i racconti di lei, nei ricordi della passione che li ha legati: è un chirurgo di successo, un uomo deciso e tormentato che tiene insieme un’immagine socialmente invidiabile e un dramma familiare che Silvia crede di aiutarlo ad affrontare. Possiamo pensare che l’incontro in chat faccia scattare la passione, con quel tanto o poco di rischioso e torbido che rende il sesso interessante, e che Silvia si innamori di Marcello andando oltre. Oltre il consentito per una storia così. Oltre le barriere psicologiche e materiali che Marcello ha tentato di mettere. Non sappiamo se Marcello l’abbia amata: forse sì, se sono veri i ricordi di Silvia. Può anche darsi che l’abbia usata per distrarsi dal dramma familiare che lo perseguita, oppure che gli sia piaciuta l’idea di una relazione sessuale con una scrittrice famosa; come è normale, prima o poi qualcuno lascia e qualcun altro viene lasciato, e Marcello se ne va senza spiegare il motivo. O forse spiegandolo, ma Silvia non può accettarlo. E’ difficile accettare che chi amiamo sia andato via, perché significa accettare che ha deciso di fare a meno di noi.
2) Dopo Lucia, la protagonista de "Una storia ai delfini", c'è ora Silvia. Due donne, entrambe scrittrici, che in qualche modo sembrano essere simili, l'una l'immagine speculare dell'altra. Ecco, come è nato questo tuo nuovo romanzo, e qual è il rapporto che hai avuto con i suoi personaggi? C'è qualche "rilfesso" del romanzo precedente?

A una presentazione di “Una storia ai delfini” a Pisa ho detto che i miei romanzi non hanno un seguito, poi ho riletto il manoscritto de “Le parole del buio” e ho capito che in qualche modo avevo scritto un seguito, almeno psicologico. Lucia di “Una storia ai delfini” è immobile al ricordo di lutti e amori perduti, e non riesce ad amare altri che se stessa e la barca e i delfini che danzano con lei, Silvia invece si è lasciata travolgere dalla passione, si è buttata totalmente nell’amore per Marcello ed è caduta. Il suo corpo ha vissuto passione e sesso e desiderio, per la prima volta ha capito di essere pronta a condividere la vita con qualcuno. Lucia era congelata nel dolore, Silvia ha avuto mesi di fuoco totale: non so se sia un’evoluzione, ma esistono analogie tra le due protagoniste. Sono due espressioni di una personalità unica, probabilmente. “Le parole del buio” rimanda a “Una storia ai delfini” perché sembra che Silvia abbia scritto il romanzo precedente, che ne sia autrice: questo è un gioco, è quell’identificazione sottile e irresistibile di chi scrive. MariaGiovanna, Lucia, Silvia: non ha importanza la storia in se stessa, ma la voce di chi racconta. E la voce ha trilli e baratri, ma un sottofondo sempre guguale.
3) "Le parole del buio" innaugurano la collana PICCOLE STORIE, da te diretta! Parliamo un po' di questa esperienza e dell'ambiente editoriale visto così da vicino da parte di un autore.
In effetti si tratta di un mio personale orgoglio, che crea qualche ansia. So cosa significhi scrivere e desiderare che prima o poi qualcuno si accorga di te, sognare l’editore che ti fa mettere una firma e crea il tuo libro. La collana “Piccole Storie” pubblicherà romanzi brevi a tema assolutamente libero: finora abbiamo ricevuto decine di manoscritti, e ogni volta che ne leggo uno è un’emozione perché sono partecipe di un processo creativo e di emozioni, ricordi, invenzioni, voli di fantasia. Leggo tutto due o tre volte, per essere sicura di valutare con equilibrio e non trascurare tesori che la gente vorrebbe tanto leggere.
Certo, ho capito che il mondo editoriale è difficile non solo per la probabilità che un manoscritto arrivi alla pubblicazione: ho incontrato eccellenti scrittori potenziali che si aspettavano di sedersi su un prato e attendere che il successo cadesse nelle loro mani insieme a sacchi di denaro contante, oppure che arricciavano il nasino quando erano costretti a fare trenta chilometri per una presentazione al pubblico. Il libro vive se tu lo fai vivere, se ci credi e ti muovi per presentarlo alla gente, per ricevere commenti e critiche, per mettere in discussione il tuo stile mostrando il viso e accettando che qualcuno non la pensi come te. Qualche invidiosetta o invidiosetto (ci sono anche tra gli scrittori… sta nelle umane cose!) mi ha definita “piazzista del libro” perché mi muovo, viaggio, raggiungo angoli d’Italia che non avevo mai conosciuto: insomma, dove mi invitano vado perché credo ne valga la pena. Ogni presentazione è un incontro, è la fonte di ricordi e suggerimenti preziosissimi. L’editoria ti chiede tantissimo: ti chiede di avere pazienza e tenacia, di affidarti a chi ti può aiutare ma anche di muoverti in prima persona per promuovere il tuo lavoro. Non basta scrivere e farsi pubblicare (impresa già ardua), bisogna che l’editore veda la tua disponibilità a fare crescere il tuo libro, a farlo incontrare alla gente.
4) Ma "Le parole del buio" non è tuo ultimo libro in assoluto di questo 2008: ultimamente hai anche pubblicato "I racconti delle bacche rosse", per i tipi della casa editrice LAMPI DI STAMPA. E' un libro di fiabe, fiabe che insegnano, ma insegnano cosa, qual è il loro messaggio?
Non scrivo per dare messaggi: scrivo ciò che esce da qualche parte in fondo a me. Non ho trame predefinite e detesto la retorica, per questo ho avuto difficoltà tremende a scirvere una sinossi de “I racconti delle bacche rosse”: se un messaggio esiste è il lettore a trovarlo. Il messaggio è diverso da lettore a lettore: basta guardare i commenti pubblicati nelle librerie online, c’è chi ama alcuni libri e chi invece li odia oppure è indifferente. Vale per tutti gli scrittori: si amano o odiano oppure si lasciano in un angolo per noia, e non esiste regola. Non conosco il messaggio delle mie fiabe, ma posso dire che il festival della letteratura per bambini a Montecastello di Pontedera mi ha aperto gli occhi e la testa: i bambini vedono nelle fiabe significati, immagini che ai grandi sfuggono totalmente. Ho trovato difetti o pregi nelle mie fiabe soprattutto raccontandole ai bambini.
5) Romanziera e scrittrice di fiabe. Pensi siano due dimensioni connaturate o distinte nella tua formazione personale di autrice?
Le fiabe sono state una sopresa. Non credevo avrei mai scritto fiabe, io che ho letto (e leggo) moltissimo, in modo famelico, ma poche fiabe. Invece sono uscite così, e sono nati due libri che a quanto pare piacciono. I romanzi nascono da soli quando è tempo, quando è luogo. Mi sento molto più vicina alle storie simili alla vita, realistiche o addirittura reali, più vicina ai romanzi insomma. Il percorso della vita è imprevedibile: mai avrei creduto di pubblicare fiabe invece l’ho fatto, e ne sono contenta. Ma sono i romanzi la dimensione che spunta dall’anima con maggiore insistenza.
6) Parlando sempre di formazione personale, ovviamente sempre nell'ambito della scrittura, dove pensi che verta la tua penna, la tua ispirazione, attualmente? Quali sono le tematiche che più ti stanno a cuore, ciò di cui senti di voler parlare e perchè?
Torniamo un attimo agli invidiosetti, brutta razza che però rende simpatica la vita. Non potrei vivere senza: danno pepe e stimolano ad andare avanti con caparbietà. Si dice che io parli d’amore come i romanzi di serie B. Forse è vero, chissà. Definisce la serie B letteraria chi pretende di essere più intelligente di altri, io mi sento molto normale quindi lascio ad altri più competenti di me il giudizio (sapessi quanta facilità hanno alcune persone a giudicare! Beate loro!).
In realtà non parlo d’amore. Parlo di tormento e passione, e di abbandoni. Di solitudine e depressione, oppure di istanti irripetibili di gioia, di vita. Parlo anche di malattia, ma con rispetto (almeno spero): detesto i tuoni di pubblico suscitati scovando disgrazie e piaghe sociali a uso e consumo dei propri diritti d’autore. Parlo anche di sesso, in modo abbastanza esplicito: per questo “Una storia ai delfini”, pur presentato al Salone del Libro di Torino nel 2008 con mia grande felicità, è stato censurato per un’altra presentazione alla quale avrebbero assistito alcuni adolescenti. Il sesso fa parte di noi e può essere meraviglioso, banale, divertente oppure cattivo. Il sesso è sesso ed è inutile mascherarlo da altro quando lo si descrive. Mi piace descriverlo quando c’entra, quando nella storia ha un ruolo e una spiegazione, e mi piace dire esattamente cosa fanno i protagonisti e come, senza indulgere alla ricerca di un pubblico ma senza censurare cose che possono essere eccitanti oppure drammatiche.
7) Progetti futuri e/o anticipazioni :) ?
Un manoscritto lungo, con una trama complessa e diversa dai due romanzi pubblicati. E’ pronto, vedremo se e come vivrà. Un altro manoscritto da rivedere completamente, con il tormento e l’erotismo molto evidenti. E un libro per bambini, perché il loro sorriso, i disegni che mi regalano dopo avermi letto sono il vero senso della vita.
dal 22 luglio al 3 agosto
la ROUND ROBIN EDITRICE
sarà presente con un proprio stand
presso la Cittadella del Cinema
Parco delle Accademie
Viale delle Accademie (Tor Marancia)
inizio spettacoli 21,30
info: www.arenatormarancia.wordpress.com
Finalmente sabato! Finalmente una nuova intervista! A parlare è Angelo Calvisi, autore Round Robin con il romanzo "Il geometra sbagliato"
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Angelo Calvisi?
Ho quarantun’anni e sono genovese, su questo non ci piove. Poi posso dirti che sono un individuo pieno di contraddizioni, un po’ sociopatico, con molti dubbi su tutto e poche, pochissime certezze. Faccio un lavoro bislacco (lavoro in una cooperativa di servizi sociali per minori) e conduco una vita ancora più bislacca. E per giunta sono un accanito tifoso del Genoa.
Autore Round Robin. Come sei entrato a contatto con questa casa editrice?
Mi sono imbattuto nel primo titolo della Round Robin (Il mio cuore ha due battiti di Vignozzi) nel 2004 o nel 2005, non ricordo. La veste grafica del volumetto mi piaceva e siccome accade che gli editori appena nati siano tra quelli che leggono i manoscritti loro inviati, ho mandato un racconto intitolato Maledizione del sommo poeta. Dopo un paio d’anni (meglio tardi che mai!) sono stato contattato da Stefano Milani, il direttore editoriale della Round Robin, ma ormai il libretto era già stato stampato dalla Oèdipus di Francesco Forte, un signore d’altri tempi a cui va, oltre che il mio ringraziamento, tutto il mio affetto. Avevo comunque pronto un racconto intitolato Viva il manicomio, che ho sottoposto a Milani, il quale lo ha accettato e, dopo un cambio di titolo, lo ha mandato in libreria.
"Il geometra sbagliato" è il titolo del tuo nuovo romanzo. Parliamone un po'.
Il geometra sbagliato parla di un quasi trentenne che non sa che fare della sua vita. Suona la chitarra e si barcamena tra un lavoro che non gli piace e un’assurda relazione “epistolare” con il suo coinquilino. Detta così sembra la solita storia generazionale e di formazione, ma sinceramente non credo che inscrivere il mio testo in questa griglia gli renda piena giustizia. Il fatto è che non posso permettermi di essere troppo preciso, perché nell’arco della storia il protagonista conoscerà, per così dire, uno sviluppo esistenziale che, se anticipato, priverebbe il lettore di molto gusto.
"Il geometra sbagliato" è il secondo capitolo, se così possiamo definirlo, di quella che sembrerebbe una serie; è infatti il seguito di "Maledizione del sommo poeta", edito da Oèdipus edizioni. Ebbene, parliamo adesso della tua esperienza editoriale?
La parola “serie” non credo sia del tutto calzante. In effetti non è che Il geometra inizi laddove termina Maledizione. C’è una continuità tematica e stilistica, questo è fuori di dubbio, però i personaggi e le situazioni sono diverse. Ma l’argomento della domanda è la mia esperienza editoriale. Che dire? I primi libri li ho pubblicati per la gloriosa Theoria a metà degli anni ’90, editore a cui sono giunto attraverso i buoni uffici di Massimo Canalini, il guru di Transeuropa. Per Transeuropa dovevo pubblicare un racconto che poi, invece, non ha mai visto la luce. Theoria, tra le altre cose, mi ha permesso di conoscere Giulio Mozzi, il famoso scrittore e talent-scout, che magari ti rifiuta un testo (legittimamente, per carità) salvo poi chiederti dei soldi, con lettere piene di melassa che ho conservato, per sovvenzionare una fondazione da lui presieduta, fondazione che nelle intenzioni avrebbe dovuto occuparsi della tutela e della diffusione degli scrittori italiani! Oggi, al posto dei Vittorini e dei Calvino, ci sono i Mozzi (nomen sunt omen) e questa è la realtà editoriale del nostro paese, dove per pubblicare devi pagare. Tanto per dire: pochi mesi fa, era appena uscito Il geometra per Round Robin, ho ricevuto una mail dall’editore Manni. L’editore Manni è un piccolo/medio editore di assoluto prestigio che è distribuito su scala nazionale, a cui avevo inviato il manoscritto. Pubblica gente come Edoardo Sanguineti, per intenderci. Be’, anche l’editore Manni era pronto a pubblicare Il geometra, però dietro versamento di un congruo contributo alle spese di pubblicazione. Insomma, i grandi editori, prigionieri a loro dire dell’economia di larga scala, non investono sugli sconosciuti a meno che, al di là della qualità della scrittura, non annusino il “caso” editoriale o non ci siano spintarelle da parte delle agenzie letterarie (che a loro volta, per prestarti attenzione, ti chiedono, in linea di massima, dei bei dollaroni); i piccoli editori, a cui forse (mi viene da dire: istituzionalmente) spetterebbe il compito di scouting e di ricerca in senso lato, ti chiedono dei soldi. Poi ci sono le mosche bianche come la Oèdipus o come la Round Robin. Che non ti chiedono un euro, si sbattono per vendere la singola copia, e ti fanno sentire un re. Ma sono mosche bianche, appunto, o almeno questa è la mia esperienza.
Ci sarà un terzo libro?
Dovrai chiedere conferma ai ragazzi della Round Robin, ma credo di poter anticipare che il 2009 vedrà la pubblicazione dell’episodio conclusivo della trilogia (il titolo provvisorio è Il Principe di Persia) e la seconda edizione di Maledizione del sommo poeta. Questi tre titoli (oltre ai due appena ricordati c’è anche Il geometra sbagliato, ovviamente) rappresentano un cerchio che si apre e si chiude. Già nel Principe di Persia la scrittura e la struttura del testo sono piuttosto diverse dai primi due capitoli della trilogia, ma d’ora in poi tali differenze dovranno essere ancora più radicali. Lo richiede la mia evoluzione di scrittore, se così posso esprimermi.
Ogni scrittore ha un proprio percorso, un proprio stile... Stephen King scrive di horror, Jane Austen scriveva di storie d'amore... Angelo Calvisi cosa scrive?
Prima della pubblicazione del Geometra per la Round Robin, la rivista Re:, curata da Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi, due giovani studiosi fiorentini, ha inserito un ampio stralcio del mio testo in un volume che aveva come tema le “Poetiche della precarietà”. Ecco, credo che proprio la precarietà (lavorativa, certo, ma anche emotiva e sociale) sia l’argomento centrale del mio lavoro.
"Leggere poco e scrivere tanto, o leggere tanto e scrivere poco?"... oggi non la scrittura sembra essere divenuta una filosofia, si sente dire che si legge poco ma che si scrive tanto, oppure che gli italiani sono tutti aspiranti scrittori... tu cosa ne pensi? Luoghi comuni con un fondo di verità o... semplici pregiudizi?
Guarda, io rispondo per la mia esperienza. Se sono in un periodo in cui scrivo, allora non leggo molto. Viceversa, se sono in una fase in cui mi guardo attorno e sono alla ricerca di spunti e stimoli, leggo tanto, di tutto, e specialmente mi dedico alla visione di molti film. In generale, comunque, credo che, per scrivere, la lettura di altri autori sia necessaria, proprio indispensabile, oserei dire…
C'è un libro che avresti voluto scrivere tu, magari un classico, oppure un romanzo che vorresti "rifare", modellare a tuo modo, come un remake?
Gli scrittori che ammiro sono molti e tra i tanti libri che si avvicinano alla mia idea di scrittura e di letteratura avrei voluto scrivere A clockwork orange, di Anthony Burgess, da cui è stato tratto il celebre film di Kubrick. A proposito. Più che di libri, a me piacerebbe fare dei remake letterari di film. Fatti salvi i diritti d’autore, mi piacerebbe cimentarmi con una riscrittura di 8 1/2 di Fellini o di Rumbe Fish di Coppola. D’altra parte ci sono dei cineasti (tra cui lo stesso Fellini) che hanno affermato di essersi avvicinati al cinema perché non si sentivano in grado di scrivere un romanzo. A me, invece, piacerebbe occuparmi di cinema. Non so se ne ho il talento. Di certo non posseggo né i soldi per le attrezzature né la vocazione all’accentramento necessari a un regista. E quindi mi accontento di far muovere le mie figurine sulla pagina scritta.
Romanzi gialli o rosa?
Romanzi gialli.
Se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Blu, senza ombra di dubbio. Il blu.

PROPRIO COSI' !
LE NUOVE MAGLIETTE DEDICATE A NICK ROBIN, MASCOTTE DELLA CASA EDITRICE ROUND ROBIN, SONO ARRIVATE!
DISEGNATE DA MAURO DE CLEMENTE, LE MAGLIETTE DI NICK ROBIN PRESENTANO UN'OFFERTA INTERESSANTE: L'INCIPIT DI UN RACCONTO SULLA CONFEZIONE, IL CUI SEGUITO TROVERETE SUL BLOG DELLA ROUND ROBIN, MA SOPRATUTTO LO SCONTO DEL 50% SU UNO DEI TITOLI DELLA CASA EDITRICE.

Le t-shirt costano 15, incluse le spese postali
Parliamo questo martedì con Filippo Conticello, autore Round Robin.
Chi è Filippo Conticello?
È un ragazzo siciliano di 25 anni che da tre si è staccato dall'ostrica e ha lasciato la sua terra "bellissima e disgraziata". Un tipo strano, antipatico e con un caratteraccio. L'unica dote da
riconoscergli davvero è un amore profondo per la legalità e la giustizia. Nient'altro.
"L'isola che c'è:
E' un viaggio nel cuore e nelle viscere della Sicilia autentica, quella “che c'è”. Un percorso lungo l'intera isola attraverso le testimonianze di alcuni imprenditori siciliani. I protagonisti sono loro, le loro vicende di vita vissuta, la loro resistenza umana e civile all'aggressione mafiosa. Persone normali, uomini liberi che hanno scelto l’unica strada possibile, quella della denuncia. Spesso le conseguenze di questa scelta sono state o sono ancora dure, durissime. Sembra incredibile, ma in Sicilia essere normali può diventare una colpa.
Italiani, sì, ma sopratutto Siciliani, un popolo orgoglioso della propria cultura, ma intimidito dall'ombra della mafia, e, citando una frase presente nella tua intervista che possiamo trovare sul sito della Round Robin "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità" . Questo è uno dei temi con cui prende piede il tuo libro. Ebbene, quale riscontro hai avuto finora da parte di chi lo ha letto, sia da parte di chi è tuo conterraneo, sia da chi osserva
Molta gente, anche in Sicilia, sembra cadere dalle nuvole. Mi dicono: "Non immaginavamo che esistessero realtà simili". Come se non vivessero in certi territori e non vedessero il retroterra socio-culturale in cui siamo cresciuti. Purtroppo c'è una cappa soffocante di omertà che è difficile da scardinare. Ma questo libro si rivolge, anche e soprattutto, ai non siciliani: bisogna sapere che quest'isola "c'è" davvero, che esistono operatori economici che vogliono inseguire uno sviluppo buono, pulito, senza connivenze. Proprio nella frase a cui fai riferimento, "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità", c'è il segno dei nuovi tempi che stiamo vivendo: è il motto provocatorio creato dai ragazzi del Comitato Addiopizzo, i protagonisti della nuova primavera siciliana.
Domanda che prende spunto dalla precedente: chi non è siciliano osserva
2008 fa parte dell'UE, eppure è rimasto un paese culturalmente frastagliato e diviso, nel suo intimo, non propriamente moderno se paragonato al resto degli stati aderenti alla Comunità Europea... in
sostanza, tolta
Io sono profondamente italiano. Non considero
criminalità organizzata, che non cresce e non attira investimenti, è un freno allo sviluppo dell'intero Paese. Sembra incredibile, ma nel 2008 c’è ancora un quarto d'Italia in cui non esiste libertà d'impresa.
Ma passando ora a tematiche più "editoriali"... Come hai conosciuto
Rivistaonline.com Che cos'è e di cosa tu e gli altri membri della casa editrice vi occupate?
Rivist@ è un sasso lanciato nello stagno dell’informazione italiana. Giovani cronisti a caccia di notizie, reporter affamati di inchiesta. Sul campo, sporcandosi le mani. Rivist@è un portale che con pochi mezzi fa in piccolo ciò che dovrebbero fare le grandi testate.
Cosa significa per te scrivere?
Non so rispondere perché quello che mi porta scrivere è un riflesso involontario, innato. Forse è meglio affidarsi a Calvino che nel Cavaliere Inesistente mette in bocca ad un suo personaggio queste parole: “Ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a correre sul foglio come da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d'una pagina bianca”.
Progetti in campo?
Ho un anno di contratto alla Gazzetta dello Sport, l’altra mia grande passione. Insomma, da Cosa Nostra alla difesa a zona. Quando si dice un bel salto.
Ecco qui una nuova intevista! A rispondere alle domande di quest'oggi è Stefano Milani, direttore editoriale della casa editrice romana ROUND ROBIN, per la quale, ricordo, ha già pubblicato un romanzo l'autrice Vanessa Sacco (Il viaggio di Joelle), che ho intervistata pochi mesi fa. ;)
Domanda di rito: com’è nata la Vostra casa editrice e con quali aggettivi (facciamo quattro) la definireste?
E’ nata, come spesso accade, per passione. Passione per la letteratura, per le storie, per l’immaginazione, ma anche per l’odore dei fogli e della colla, per la cura dei dettagli tipografici, per il piacere di vedere belle copertine. Insomma per la voglia di “fare letteratura” in tutte le sue declinazioni: è importante, anzi fondamentale, il contenuto ma da noi anche il contenitore ha una strada privilegiata.
Dirigere una piccola realtà editoriale, specialmente di questi tempi, non dovrebbe essere semplice: ogni anno nascono e muoiono decine di editori. Quali sono i Vostri punti di forza e qual è la Vostra strategia per farvi avanti nel sottobosco spesso intricato della piccola editoria?
E’ un mondo di squali quello dell’editoria, e noi siamo come un piccolo pesciolino rosso che, abituato a vivere nella sua ampolla dorata, improvvisamente ha deciso di nuotare in oceano aperto. Un po’ come il Nemo disneyano, sperando nello stesso lieto fine. Ma niente vittimismi, non portano da nessuna parte. Anzi credo che proprio la nostra dimensione “ridotta”, la nostra dimensione precaria, possa essere un punto di forza. Avendo pochi capitali a disposizione ci rifugiamo nel nostro ingegno, che è tanto, e così possiamo rischiare, sperimentare, provocare, usare nuovi linguaggi, viaggiare fuori dai canoni tradizionali. Usiamo, ad esempio, molto bene la “rete” e questo ci permette di farci conoscere al mondo a costo zero. Poi non ci fermiamo al libro stampato. Facciamo booktrailer, magliette, spettacoli teatrali tratti dai nostri libri, concerti, eventi culturali. Parole d’ordine dunque: creatività e sperimentazione. Perché guai a scimmiottare le grandi case, sarebbe un suicidio annunciato.
Pubblicare un libro è per ogni autore, ma anche per gli editori stessi, un grande traguardo, ma è anche e solo il primo passo. Come gestite la distribuzione dei libri da Voi editi?
Siamo alla nota dolente. Al brusco risveglio dopo i sogni di gloria. Uno lavora per mesi, immagina, crea, architetta, trova la storia giusta, la copertina che spacca. La quadratura del cerchio sottoforma di libro. Poi però quell’oggetto di carta deve uscire dalla redazione ed entrare negli scaffali delle librerie prima, e delle case poi. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo la distribuzione. E’ lei che decide i nostri destini. E a lei che ci si affida, sborsando parecchi soldini (in media il 50% del prezzo di copertina) senza però avere la certezza che quell'investimento un giorno frutterà. Noi (poveri illusi!) all’inizio abbiamo provato a scavalcarla. Mettendoci noi stessi a distribuire i nostri libri con la vendita porta a porta, anzi libreria a libreria. Dieci giorni di pattugliamenti in giro per la città, montagne di bolle, litri di benzina evaporata, contrattazioni per togliere lo zero virgola sulla percentuale di vendita. E il tutto per accorgersi che rimanevamo comunque invisibili. Relegati, quando andava bene, all’ultimo ripiano in alto della libreria più periferica della periferia della città. La situazione ora è solo leggermente migliorata. Abbiamo un distributore nazionale che paghiamo profumatamente, e ogni volta riesce nel miracolo di collocare qualche nostro titolo tra gli scaffali delle Feltrinelli. Ma la vetrina, la “bella mostra”, lo specchietto che cattura il lettore-cliente rimane sempre roba per i soliti noti. E noi piccoli ci dobbiamo adeguare e, costretti a ripiegare su altri lidi, accendiamo tutti i giorni un cero ad Santo Internet.
Pensate che una giusta sinergia fra Editore ed Autore sia importante? Qual è il Vostro rapporto con gli scrittori da voi editi?
E’ il nostro punto di forza. Dal momento in cui diventano nostri autori entrano a far parte della nostra squadra in tutto e per tutto. Con oneri e onori. Quindi la scelta di pubblicazione è dettata, oltre alla validità del manoscritto, anche dalla disponibilità e dalla “filosofia” dell’autore che deve coincidere con la nostra. Consapevole, il nostro autore, che se firma per noi non venderà mai come Joanne Kathleen Rowling, ma certo non morirà di noia.
Cosa pensate del fenomeno dell'editoria a pagamento?
Che è una pratica deprecabile e sempre più diffusa. Tenere a galla la “baracca” non è infatti semplice. Le spese di gestione e produzione sono infinite rispetto ai guadagni che un singolo libro può regalare. Succede che la passione man mano scema, e con lei anche il conto in banca. E così c’è chi per dare ossigeno alle casse pratica questo “servizio” che rimane però, per quanto mi riguarda, deontologicamente discutibile. Specie se si gioca sulla bramosia delle persone che pur di vedere il proprio nome e cognome stampato a chiare lettere su una copertina sono pronte a staccare assegni sonanti e ricevere centinaia di copie indietro per arredare il corridoio di casa. A quel punto però non è giusto chiamarle case editrici. Sono un’altra cosa, tipografie o stamperie. Se si esce da questo equivoco allora non c’è nulla di male. Perché rischia di confondere le idee agli autori, i quali pensano che quello di pagare sia rimasto l’unico modo per riuscire a vedersi pubblicare un libro. E’ sicuramente il modo più semplice, ma poi una volta regalate tutte le copie ad amici, parenti, conoscenti, vicini di casa e riempito il proprio ego letterario cosa resta?
Quali sono i generi sui quali punta la vostra linea editoriale?
Due “classici”: romanzi e saggistica. Ultimamente stiamo aggiustando un po’ il tiro dopo una prima fase di assestamento. Abbiamo giovani autori molto validi con i quali abbiamo stabilito un rapporto più duraturo nel tempo. Convinti, noi come loro, che prima o poi si riuscirà a fare il “botto”.
Progetti editoriali in campo?
Per fortuna tanti. Ci piacerebbe uscire dai confini italici, aprire una collana di romanzi sudamericani, aprirne un’altra anche sull’est Europa, dove c’è ancora tanto da scoprire. E poi provare a sperimentare nuovi linguaggi e forme di libro sempre più innovative. Ma non sveliamo tutto, altrimenti non c’è gusto!
Questa sabato ci parla Eliselle giovane scrittrice modedese con all'attivo un romanzo da poco pubblicato da Newton Compotn Editori.
Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Eliselle ( questa domanda ti si sarà stata posta talmente di quelle volte che immagino non avrai nemmeno voglia di rispondere… mi raccomando niente copia e incolla ;) ?
Eliselle è una trentenne di Modena appassionata delle cose più diverse e disparate, dai libri alle scarpe, dal Medioevo alla tecnologia, dall’arte ai cartoni animati, dal cinema alla pubblicità, dalla musica ai serial tv. Ce ne sarebbero di cose da dire. Diciamo che Eliselle è una che ama leggere e scrivere ma non si sente affatto un topo di biblioteca.
Oltre al tuo blog ed al tuo sito personale, gestisci il cliccatissimo delirio.net ; ecco, parlacene un po’. Com’è nato e come lo dirigi?
È nato nel 2003 per gioco, e alla fine si è trasformato in un appuntamento fisso sia per me, che lo seguo da cinque anni, sia per tanti che ogni giorno vengono a trovarci. I mi occupo dei contenuti e l’altro admin degli aspetti tecnici. A volte abbiamo collaborazioni saltuarie, rigorosamente di appassionati come lo siamo noi. Cerchiamo di dare spazio agli argomenti che amiamo, che attirano la nostra attenzione e che ci colpiscono, il tutto in forma scanzonata o comunque molto informale.
E’ uscito da pochi giorni il tuo nuovo libro, edito da Newton Compton Editori, “Fidanzato in affitto”. Parliamone.
È un romanzo effervescente e divertente che parla di una ragazza, Cristal, che diventa una “mistress per caso” a causa di problemi economici. Attraverso questo incidente di percorso e il nuovo rapporto col suo schiavo, però, riesce a scoprire qualcosa dentro di sé che non credeva esistesse: l’autoconsapevolezza e la fiducia in se stessa. Caratteristiche che aveva sempre invidiato alle sue amiche e che credeva di non possedere.
Come hai iniziato a muoverti nel mondo dell’editoria? Tue esperienze e consigli per chi è alle prime armi?
Ho iniziato partecipando a concorsi letterari e pubblicando racconti in antologie, evitando sempre gli editori a pagamento e proponendo quello che scrivevo senza paura di critiche o rifiuti. Ho iniziato consapevolmente partendo da editori piccoli e in questo modo mi sono fatta le ossa, senza mai fermarmi e senza mai mollare. Il consiglio che posso dare partendo dalla mia esperienza è proprio questo: non gettare la spugna e tenersi sempre attivi e informati.
Pensi che la tua scrittura sia maturata, di libro in libro? Qual è il tuo approccio con la pagina bianca?
È maturata anche in base alle letture che ho affrontato e che sono cambiate moltissimo. Prima ero la fissata dei romanzi storici, adesso leggo davvero di tutto spaziando tra generi assolutamente diversi tra loro. Questo ha influito parecchio sul mio approccio e sul risultato finale.
Ti capita mai di stare per lunghi periodi senza scrivere, sentire il bisogno di prendere le distanze dalla scrittura?
Mi succede, ma preferisco così. Fungono da periodi di decompressione. Sono periodi in cui mi dedico solo alla lettura o ai contenuti di Delirio.NET (che rimane pur sempre una palestra, ti costringe comunque a scrivere almeno due volte a settimana, così non perdi l’allenamento). La scrittura la vedo come un’esigenza, altrimenti si trasforma in puro esercizio fine a se stesso.
Mai come in questi ultimi anni, romanzi d’amore fra adolescenti e / o storie che narrano di ragazze che in qualche modo si distaccano fortemente dal classico stereotipo del “sesso debole” sembrano costituire una “moda”, in particolar modo presso le giovani scrittrici (almeno qui in Italia). Tu cosa ne pensi?
Non solo in Italia, anche all’estero. Più che una moda forse è un modo per descrivere la realtà contemporanea, per intercettarne i cambiamenti, per interpretarli e dare loro una voce diversa. A me capita di incontrare ragazze e donne forti come le figure di certi romanzi, per questo non ci trovo nulla di strano nel sentire parlare di loro tra le righe.
Si sente sempre più spesso dire che qui in Italia si legge poco, ma che si scriva tanto… non lo trovi un paradosso?